lug 9, 2008 - Attrezzatura, Dessert, Dolci    19 Comments

Cannoli Siciliani

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UN FORTE ABBRACCIO

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La vita, si sa, è fatta di imprevisti. Sentieri che si biforcano. Come in un labirinto in cui non basta appoggiare la mano al muro. “Ulissi”, ci prefiggiamo una meta, ci mettiamo in viaggio certi del nostro arrivo. Ma gli dei non amano gli spavaldi e attenti alle vicende degli uomini, si divertono a combinarne di cotte e di crude.
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Fu così che un giorno Leandro, che abitava sull’altra sponda dello stretto, decise di vedere cosa quell’isola misteriosa che è la Sicilia avesse di speciale. Provetto nuotatore, attraversò il mare. Giunto sull’altra riva non fece neppure in tempo a rendersi conto di dove fosse che il suo sguardo incrociò quello di Ero. Fanciulla incantevole, perla preziosa di una terra lontana.
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L’amore non fu mai così semplice e anche Eros si chiese se qualcuno non avesse, a sua insaputa, sottratto una freccia dalla sua faretra. E se gli dei già non amano le spavalderie (e già Leandro aveva attraversato il sacro stretto) figurarsi gli amori a prima vista.
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E così si ingegnarono per far sì che la bella Ero fosse chiesta in sposa dal signore locale e lei, non potendo rifiutare l’offerta, si vide costretta a confessare a Leandro di essere stata promessa.
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I treni non esistevano ancora e gli addii avevano altri canoni. Leandro diede le spalle ad Ero e attraversò il più lungo tratto di spiaggia della sua vita: quello che lo avrebbe portato al mare da cui era venuto. Pianse, ma in mare le lacrime hanno la consistenza della spuma delle onde, e il vento le portò via.
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Gli dei, si sa, hanno tutto il tempo del mondo e una volta che hanno iniziato a divertirsi con le vicende degli uomini difficilmente mollano la presa. Ecco che allora appena Leandro giunse sul continente gli affibbiarono una bella moglie e contemporaneamente si presero la vita del marito di Ero. Terminato il lutto, la bella Ero corse a cercare il suo amore Leandro creandosi una rudimentale imbarcazione per attraversare lo stretto. Non fu difficile trovarlo: come guidata dal fato riconobbe immediatamente il suo uomo, ma questa volta era lui a essere sposato. Disperata tornò in Sicilia a regnare, con giustizia, sulle terre del suo defunto consorte. E passarono gli anni e le stagioni per gli uomini, un colpo di ciglia per gli abitanti dell’Olimpo.
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Nessun mortale avrebbe compreso perché gli dei risero quando Atropo recise lo stame della vita della moglie di Leandro. Chi poteva avere memoria di quella storia? Solo due persone.
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Fu così che Leandro riattraversò lo stretto come da ragazzo, ma nella notte venne inghiottito dal mare agitato. La notizia giunse anche in Sicilia poiché Leandro da tempo erudiva i giovani del luogo con la sapienza che solo l’età può dare.
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Ed Ero apprese la cosa dal pianto di una giovane in cucina che tanto voleva bene a Leandro. Affranta dal dolore, Ero si recò alla spiaggia dove abbracciò per l’ultima volta Leandro e gli corse incontro sicura che questa volta gli dei non l’avrebbero ostacolata.
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Ed ebbe ragione, nessuno la fermò. Ma l’amore, si sa, è forte anche in cielo e la dolcezza di quel gesto venne ricompensata. Alle genti di Sicilia fu concesso quindi un dono speciale: ogni carnevale avrebbero sperimentato la sensazione dell’abbraccio che il forte Leandro dette su quella riva alla candida e dolce Ero.
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Il forte Leandro è la cialda, la dolce e candida Ero il ripieno…

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Sono molto legata a questa ricetta perché è una ricetta di famiglia ed è stata praticamente “estorta” a mia nonna.
Mia nonna non si è mai sentita lusingata dal tramandare la sua cultura culinaria trascrivendo e nemmeno raccontando i suoi trucchi in cucina, le soluzioni trovate… In effetti mi ricordo che ho dovuto insistere molto, e alla fine sono riuscita a convincerla a farsi “aiutare” mentre li preparava. E mi sono divertita molto, quella prima volta… e tutte le altre, perché si usano le canne (“attrezzi” fatti apposta per la preparazione dei cannoli). Io ancora uso quelle ritagliate e rifinite da mio nonno, anche se adesso si trovano in vendita quelle di acciaio.
La pasta va stesa con il mattarello e poi ritagliata in dischi di circa 10 cm (va benissimo anche una tazza ma nonno si era divertito a fare pure quello). Per aiutarsi nella frittura è meglio avere delle pinze (da cucina).
Ah, già… quasi dimenticavo: niente esperimenti per cercare di alleggerirli (c’ho già provato io e non vengono bene), si devono friggere nello strutto.
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INGREDIENTI PER LE “COCCE”: per 20 cannoli
250 g di farina
25 g di strutto (oppure olio)
25 g di zucchero
il succo di ½ limone
marsala (oppure vino o sambuca)
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INGREDIENTI PER IL RIPIENO: per 20 cannoli
600 g di ricotta (di pecora – che deve essere passata)
170 g di zucchero
1 bustina di vanillina
scaglie di cioccolato fondente (queste le ho aggiunte io, non c’erano nella ricetta originale di nonna)
zucchero a velo
chicchi di caffé ricoperti di cioccolata per decorare/ciliegie candite
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TEMPO DI PREPARAZIONE:
60 minuti
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PREPARAZIONE:
Ho messo sulla tavola tutta la farina, lo strutto ammorbidito, lo zucchero, il succo di limone e ho aggiunto tanto marsala quanto se n’è presa la pasta per ottenere un impasto duro. Non ho lavorato a lungo la pasta: appena ottenuta la consistenza voluta ho steso l’impasto e l’ho tirato molto sottile con il mattarello. Ho ritagliato dei dischi, li ho messi intorno alle canne e li ho fritti nello strutto.
Le “cocce” così ottenute possono essere conservate in un vaso di vetro anche per 1 mese.
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Ho riempito i cannoli 1-2 ore prima di essere serviti (se si riempiono troppo tempo prima, l’umido della ricotta ammorbidisce troppo le “cocce”), li ho fatti rotolare nello zucchero a velo e li ho incastonati con chicchi di caffé ricoperti di cioccolato (oppure si possono usare le più classiche ciliegie candite).

 

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